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Giovanni Raboni. Il futuro della memoria

In abito bianco, come la barba e i capelli, Giovanni Raboni legge le sue poesie in un parco di Milano. Legge senza enfasi, lasciando scorrere la voce e facendola scivolare sulle asperità della metrica e della fonesi. Oltre che il ritratto di un poeta, il video è anche la documentazione di una voce che legge. Meglio: di una voce che trasforma in ritmo e in suono i versi stampati sulla pagina scritta. Due sono gli impulsi che spingono a scrivere, dice Raboni nel video: conservare l'esperienza e, nello stesso tempo, cancellarla. Rendere il riferimento alla realtà talmente poco condizionante da farlo risultare irriconoscibile. Luogo di salvezza del reale e nello stesso tempo luogo di scomparsa della realtà, la poesia di Raboni oscilla fra la rievocazione memoriale e la volontà di costruire simboli significanti. Anche il video di Bertazzoni adotta questo doppio registro: segue Raboni nella rivisitazione della sua storia personale (la scoperta adolescenziale del piacere della lettura e degli amatissimi Proust, Tolstoj e Dickens; gli anni dello sfollamento a S.Ambrogio Corona, in provincia di Varese, durante la guerra; e così via) e lo "pedina" tra i quartieri di Milano che ama di più (a partire dalla prediletta piazza Oberdan, a Porta Venezia, dove Raboni ha abitato da sempre). Poi, all'improvviso, il video isola un verso o una strofa per richiamare un'idea di poesia ma anche, al contempo, di società. Alla fine, infatti, ad emergere è soprattutto un'idea poetica che rinvia tout court a un'idea di mondo. Raboni auspica cioè - e lo dice apertamente nel video - una poesia che non dica solo "io" ma che sappia dire "noi": quasi evocando una collettività virtuale in cui vivi e morti sappiano di nuovo ricominciare a parlarsi.

di Egidio Bertazzoni Collana "Gente di Milano" Milano, 33 min. , 1999

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