Sport e parità di genere: una società su tre non rispetta la quota minima di donne in dirigenza

Tue Jun 23 16:00:14 CEST 2026 - Presentato a Palazzo Isimbardi il report promosso da Città metropolitana e Coni

Nello sport ci sono ancora troppi squilibri di genere: è quanto emerge dal report "Equità, inclusione e pari opportunità nello sport", presentato martedì 23 giugno a Palazzo Isimbardi in occasione dell'Olympic Day. Sotto i riflettori, i risultati della prima rilevazione metropolitana promossa dalla Città Metropolitana di Milano e dal Coni, ed effettuata dalla dottoressa Sara Martelli, ricercatrice dell'Università di Pavia.

Lo sport è riconosciuto quasi unanimemente come uno strumento di salute, crescita personale e inclusione sociale, ma quando si osservano i ruoli decisionali e le opportunità di leadership emergono ancora forti squilibri di genere. È questa la fotografia restituita dall'indagine sulla percezione delle discriminazioni nello sport che ha finora coinvolto 106 società sportive del territorio metropolitano milanese, comprese le realtà paralimpiche, raccogliendo le opinioni di presidenti e dirigenti sulle condizioni di equità e inclusione all'interno delle proprie organizzazioni.

Se sul valore educativo e sociale dello sport il consenso è pressoché totale – l'89% degli intervistati individua nella salute fisica e mentale il principale beneficio della pratica sportiva, mentre oltre tre quarti riconosce il ruolo dello sport nella crescita sociale ed educativa delle persone – i dati mostrano come la governance delle società sportive rimanga ancora fortemente caratterizzata da una prevalenza maschile.

Oltre tre presidenti su quattro (77%) sono uomini, una percentuale che risulta sostanzialmente invariata rispetto alle precedenti amministrazioni (80%). Ancora più significativo il dato relativo agli organismi dirigenziali: il 58% delle società dichiara di avere attualmente una dirigenza a maggioranza maschile e quasi una realtà sportiva su tre ammette di non rispettare la raccomandazione di garantire almeno il 30% di presenza femminile negli organi di governo.

La disparità appare ancora più marcata negli staff tecnici. Nel 63% delle società le squadre o gli atleti maschi sono allenati da gruppi tecnici a prevalenza maschile, mentre le società che dichiarano una maggioranza femminile negli staff non raggiungono il 5%.

Anche sul piano economico emergono differenze significative. Se il 45% delle associazioni adotta un modello di compensi uniformi per per tutti i collaboratori, nelle organizzazioni in cui esistono livelli retributivi differenziati i ruoli meglio remunerati risultano occupati prevalentemente da uomini, con una presenza quasi doppia rispetto a quella femminile.

Particolarmente interessante il quadro relativo alla percezione delle discriminazioni. Interrogati sugli ambiti sportivi considerati più esposti alle disuguaglianze di genere, i dirigenti indicano automobilismo e motociclismo (43%), calcio (40%), boxe (22%) e rugby (21%). Discipline che, secondo gli intervistati, continuano a essere caratterizzate da una forte cultura tradizionalmente maschile.

Ancora più netto il giudizio sulle azioni di contrasto alle discriminazioni. La maggioranza delle società ritiene che quanto fatto finora non sia sufficiente e che il problema non riguardi tanto l'assenza di norme, quanto la persistenza di modelli culturali e comportamenti quotidiani difficili da modificare. Per questo motivo, le misure ritenute più efficaci sono le campagne di sensibilizzazione rivolte all'intera comunità sportiva (70%) e i percorsi di formazione specifica (58%), mentre solo una minoranza individua nei controlli e nelle sanzioni lo strumento prioritario.

Sul tema delle safeguarding policies, introdotte recentemente per prevenire abusi, molestie e discriminazioni, il bilancio appare in chiaroscuro. Circa la metà delle società riconosce che tali strumenti hanno già contribuito ad aumentare la consapevolezza e la sicurezza degli ambienti sportivi; resta tuttavia significativa la quota di dirigenti che ne percepisce ancora un'efficacia limitata o non ancora pienamente visibile.

L'indagine rappresenta una delle prime rilevazioni sistematiche sul tema nell'area metropolitana milanese e offre un quadro dettagliato delle trasformazioni in corso nel mondo sportivo: da un lato la crescente attenzione verso inclusione, tutela e pari opportunità, dall'altro la permanenza di squilibri strutturali che continuano a limitare l'accesso delle donne ai ruoli decisionali e di leadership.

“Lo sport dovrebbe essere uno spazio di crescita e inclusione per tutte e tutti. I dati ci ricordano che la parità non è ancora realtà: servono impegno quotidiano, cultura e responsabilità condivisa per garantire alle donne pari accesso ai ruoli decisionali e alle opportunità di leadership – afferma la Consigliera delegata alle Politiche del Lavoro, Politiche Sociali, Pari opportunità Diana De Marchi – Questo report rappresenta un’occasione unica per analizzare la situazione territoriale, individuare i punti di forza e di criticità, così da orientare le nostre politiche di inclusione e antidiscriminazione, sensibilizzando sia le nuove generazioni sia chi opera, a vario titolo, nel mondo dello sport”.

“Lo sport è un luogo fondamentale di crescita, educazione e inclusione, ma i dati ci dicono con chiarezza che la parità di genere non è ancora pienamente realizzata. Quando le donne restano ai margini dei ruoli decisionali e di leadership, perdiamo tutte e tutti un’occasione di ricchezza, competenza e cambiamento. Per questo è necessario continuare a investire in cultura, formazione e responsabilità condivisa, affinché ogni contesto sportivo sia davvero equo, sicuro e capace di valorizzare i talenti senza discriminazioni. Nel mio ruolo di Consigliera di parità, sono pronta a portare avanti un impegno concreto per tutelare le donne discriminate e favorire una parità sempre più tangibile in questo contesto”, aggiunge la Consigliera di parità Barbara Peres.




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